Piatti a scatti

Cari Social Network.

Siamo tutti drogati,

drogati di mostrare cosa e quante cose facciamo.

Drogati di far vedere alle persone che ci piacciono, e non a cui piaciamo, quanto sia interessante e all’avanguardia la nostra vita

Drogati di far vedere quanto siamo ricchi dicendo che in realtà siamo poveri.

Drogati di fare foto al cibo che mangiamo, come se dovessimo dimostrare a tutti quanto siamo bravi a scegliere sempre la cosa giusta.

Drogati, perché quando l’effetto dello stupefacente chiamato “Social” finisce, ci bruciamo scolando la pasta, sporchiamo a terra con pezzi di frittata mentre la giriamo, dimentichiamo cose in forno e cosa più brutta, lasciamo e avanziamo il nostro cibo, bello, per le foto, ma orribile per il nostro palato.

Non voglio essere il classico affiliato al losco clan degli oppositori, ma bensì colui che vuole far vedere la realtà di quello che c’è dietro una fotografia fatta ad un piatto.

La realtà di un mondo virtuale che si discosta dalla verità, come quando arrivati in Università togliamo le cuffiette con la nostra canzone preferita e il mondo ci cade addosso.

Io sono il primo drogato, e lo so, chiedo aiuto, chiedo aiuto alle persone che ancora sanno interloquire e gustarsi quello che mangiano, quello che bevono, quello che vedono e quello che guadagnano.

Dobbiamo riuscire a portare quella felicità che mostriamo nel nostro profilo instagram, facebook o twitter, nella vita vera, quella in cui ci si deve dar da fare per creare cose nuove e cose belle.

Un mondo senza internet è ormai impensabile, anche se a mio avviso tra pochi decenni capiremmo il male che ci fa e la tristezza che porta nelle nostre relazioni.

Litigi,

litigi poco giustificati dietro ad uno schermo, con una tastiera, un mouse e la voglia di far vedere a tutti che si è uno più saggio dell’altro, ma con la consapevolezza che in faccia alle persone le uniche parole che riusciamo a dire sono: Che figa quella, sbatta raga, zio come sta tua dre-ma?

La povertà di contenuti che non ci manca sul web, la necessitiamo nel cervello, la materia…. che ormai a furia di accedere a Facebook non è più grigia, ma blu.

 

Bob

 

 

Demi chef in Nuova Zelanda

Ero in Sud America, il mio contratto stava per concludersi e, per vari motivi, non avevo intenzione di rinnovarlo nonostante me lo avessero proposto.
Avevo ormai deciso di lasciare questo “eversivo” continente dopo 6 mesi molto intensi.
Incominciai dunque, ad inviare svariati curriculum, in diversi posti, dall’Europa, all’America all’Oceania. Ed proprio da quest’ultimo che ricevetti la prima e più allettante proposta, un lavoro stagionale di 3 mesi in un Lodge a 5 stelle di Relais & chateuax nel nord della Nuova Zelanda.
Onestamente solo un matto potrebbe rifiutare un offerta come quella che mi era stata fatta, e, nonostante molti mi reputano tale, accettai.
Da questo momento in poi, dovetti affrontare tutto quel iter burocratico infinito che, contraddistingue il “bel paese” sempre e comunque.
-Richiesta e acquisizione del visto

Ero in Sud America, il mio contratto stava per concludersi e, per vari motivi, non avevo intenzione di img_1222rinnovarlo nonostante me lo avessero proposto. Avevo ormai deciso di lasciare questo “eversivo” continente dopo 6 mesi molto intensi. Incominciai dunque, ad inviare svariati curriculum, in diversi posti, dall’Europa, all’America all’Oceania. Ed proprio da quest’ultimo che ricevetti la prima e più allettante proposta, un lavoro stagionale di 3 mesi in un Lodge a 5 stelle di Relais & chateuax nel nord della Nuova Zelanda.

Onestamente solo un matto potrebbe rifiutare un offerta come quella che mi era stata fatta, e, nonostante molti mi reputano tale, accettai.

Da questo momento in poi, dovetti affrontare tutto quel iter burocratico infinito che, contraddistingue il “bel paese” sempre e comunque.

-Richiesta e acquisizione del visto

-Visite mediche

-Organizzazione pratica del viaggio di andata

|Semplice? no!, se volete saperne di più fare un post ad hoc su quei 3 punti fondamentali che ho elencato qui sopra|

Arrivai in Nuova Zelanda, precisamente a Kerikeri il 12 marzo 2016 dopo 27 ore tra aerei e aeroporti.

Organizzazione del lavoro:

Il lavoro all’inizio non fu semplice, avevano una metodologia molto differente rispetto a quello che avevo imparato sia a scuola che nelle mie precedenti esperienze.

Facevamo circa 30/40 coperti giornalieri ed eravamo una brigata di 10 persone.

Ero carico come una molla, me lo ricordo molto bene, e credo, che quando una persona nonostante tutto si dimostri efficiente ed intraprendente alla fine riesca sempre a trovare la sua strada e ad adeguarsi alle situazioni.

Dal punto di vista pratico, ero stato arruolato come Demi chef de partie, anche se la brigata era molto piatta, tutti avevano la possibilità di fare tutto dal sous chef allo stagista.

I turni di lavoro non erano tanto pesanti, il mio era relativamente comodo dalle 13 alle 23 con due giorni liberi a settimana.

-Punto fondamentale per comprendere come lavoravamo: Il menu era giornaliero.

Un menu che cambia ogni giorno, a quei livelli è davvero complesso da gestire anche per una brigata affiatata e numerosa.

La mattina si arrivava al lavoro e, dopo un piccolo check della mise en place già pronta o presente in cella si iniziava con le preparazioni mancanti, una dopo l’altra, dalle salse, alla pasta, e infine alle cotture CBT di carni e verdure, una pulita rapida e si iniziava con il servizio, intenso e lungo, dalle 3 alle 4 ore di fila non stop.

Una volta finito e tirato a lucido la cucina, ci si riuniva tutti in cucina e si dava forma al menù per il giorno successivo.

Dal punto di vista dell organizzazione burocratica e lavorativa, nonostante la Nuova Zelanda sia considerato un paese “inferiore” rispetto a molti dell unione europea “sono avanti cent’anni” in tutto nulla da dire.

La Nuova Zelanda è riuscita a colpirmi davvero tanto e a cambiarmi come nulla era riuscito a fare prima, img_2204un paese lontano da tutto, nel oceano pacifico, fatto di paesaggi a dir poco assurdi, che quando vedi neanche ci credi che siano veri, ma sopratutto fatto da gente grandiosa e vogliosa che vuole il meglio per il proprio paese.

I miei colleghi in particolare, sono riusciti a colpirmi molto, si creò un rapporto speciale e grazie a Dale, Carl, Alex, Dan e sopratutto Barry il mio chef, la persona forse migliore e più simile a me sulla faccia della terra, ed il tutto divenne epico.